martedì 14 settembre 2010

Newsletter n.31/2010 - Giornalismo genetico

La presenza di questo gene nel sangue è la dimostrazione che questi
zingari sono esseri irrecuperabili.
Eva Justin, scienziata razzista a servizio del regime nazista

I rom […] e l’illegalità insita nel loro DNA
Roberto Poletti, giornalista, 9 settembre 2010

La Commissione Europea ha aperto ieri una procedura di infrazione nei confronti della Francia per l’espulsione delle persone rom. Questa è l’unica notizia confortante nella lettura della rassegna stampa in una settimana non affatto rassicurante.
Molti giornalisti si confrontano con la realtà rom, una realtà complessa e variegata, usando impunemente stereotipi che hanno accompagnato le mille vicende di persecuzioni subite nel corso dei secoli dalle popolazioni sinte e rom. Essi dimostrano, attraverso i loro commenti, di aver perso ogni senso del limite.
Rom accostati indistintamente a delinquenti; rom visti esclusivamente come un problema, una massa indistinta da eliminare, espellere, deportare; rom descritti come un gruppo generalizzato, privati della loro individualità.
Articoli che ci dimostrano quanto il sentire anti-rom sia fortemente radicato nella società, quanto esso sia condiviso, scontato, quanto esso non faccia scandalo. Nei confronti delle minoranze rom e sinte, ci si permette di dire qualsiasi cosa senza il timore di essere condannati. E’ preoccupante il clima di assuefazione che si è venuto a creare nella società italiana di fronte alle violazioni subite da tali minoranze.
L’articolo di commento I rom sono un problema della Romania (Cronacaqui, 11/9) si distingue fra i tanti letti questa settimana per i suoi contenuti razzisti. Francesco Bozzetti a proposito della “questione rom” propone alcuni suggerimenti come, per esempio, impedire la circolazione dei rom in Europa, suggerendo in sintesi di violare la direttiva europea sulla libera circolazione delle persone: “[…] alla Romania […] avremmo come minimo dovuto chiedere di impedire la libera circolazione dei delinquenti e dei rom, che sono da sempre un loro problema, una loro etnia. Gli stessi romeni non amano i rom, non li vogliono e li ‘esportano’ volentieri all’estero come fanno con i loro criminali”.
Riferendosi alla situazione milanese aggiunge “[...] periferie, sottoponti e fabbriche dismesse invase dalla peggior specie di zingari dediti a furti, spaccio di stupefacenti”.
Esemplare, poi, per i suoi contenuti è il seguente articolo: Sottile differenza tra PD e destra sulle case ai rom (Libero Milano, 9/9). Il giornalista Roberto Poletti, nella rubrica intitolata Grane, spiega la differenza fra i due schieramenti politici a proposito della questione dell’attribuzione dei 25 alloggi Aler (alloggi che escono dalla graduatoria ufficiale) ad alcune famiglie rom che attualmente risiedono nel ‘campo’ di Triboniano.
Inizio a leggere l’articolo e ad un certo punto mi imbatto in una teoria classicamente razzista: “l’illegalità insita nel loro DNA”.
Leggo e rileggo più volte, sperando di essermi sbagliata: DNA, DNA?
Purtroppo non è così, ho letto bene, il giornalista ne fa proprio una questione genetica. Già i nazisti, attraverso i loro scienziati razzisti, avevano elaborato una pseudo teoria sulla pericolosità della ‘razza zingara’ tarata da un gene molto pericoloso, il Wandertrieb (l’istinto al nomadismo). Questo bastò a condannare rom e sinti allo sterminio.
Per un attimo mi si annebbia la mente, rimango basita, sconvolta e profondamente lesa nella mia stessa identità.
Frasi come queste pesano e pesano come macigni, perché sei sinta e rom, se sai cos’è il Porrajmos, se la pianificazione razzista e omicida del passato ha colpito la tua famiglia, se solo per caso i tuoi cari sono riusciti a scampare alla furia del regime nazifascista e alle fiamme dei lager; se ogni giorno ti accorgi di quanto il tuo Paese abbia dimenticato quel passato, e anzi ne invochi il ritorno, frasi come quelle ti fanno inorridire.
E io sono sinta.

Visto che ci sono giornalisti che violano quotidianamente il codice deontologico attraverso l’istigazione all’odio e al razzismo mi sembra doveroso, e storicamente corretto, ricordare che furono più di 500.000 le persone rom e sinte vittime dello sterminio pianificato e commesso dal nazi- fascismo.
Domenica 5 settembre ho partecipato alla celebrazione della Giornata europea della cultura ebraica. Mi hanno colpito fortemente le parole del Presidente della Comunità ebraica di Mantova Fabio Norsa, quando ha ricordato ai presenti che gli Ebrei non vogliono essere relegati all’immagine di vittime della Shoah ma considerati comunità portatrice di una cultura millenaria. Ho provato un po’ di invidia per quelle parole: quando sarà possibile per noi sinti e rom fare un passo del genere?
Anch’io, come capita a molti ebrei, desidererei non dover tornare sempre sul tema del genocidio, ma purtroppo gli stereotipi, i pregiudizi e le barriere da superare sono ancora infiniti.
Forse tutto ciò sarà possibile solo se ci sarà una concreta elaborazione di quello che è stato il genocidio dei rom e dei sinti.
Purtroppo però la nostra è una memoria mutilata, completamente ignorata da molti.
Oggi per molti sinti e rom non è nemmeno possibile dichiarare la propria identità, se dichiararti per ciò che sei significa essere automaticamente equiparato al peggiore dei criminali.
Il Porrajmos però fa parte della storia d’Italia e d’Europa e tutti hanno il dovere di sapere e di tenere a mente, giornalisti compresi.

Eva Rizzin

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martedì 7 settembre 2010

Newsletter n.30/2010 - Il cattivo esempio dei cugini d'Oltralpe

Questa volta è il turno della Francia. Dopo il crollo di consenso nelle elezioni regionali, la faida interna con l’ex-primo ministro de Villepin che prepara una scissione, e una serie di scandali più o meno seri – inclusa una scenata di gelosia sul set di Woody Allen – il presidente Sarkozy corre ai ripari. Qualche anno fa, nel 2005, furono le auto bruciate nelle banlieue di Parigi, Lione, Marsiglia a fornire all’allora astro nascente della politica francese e ministro dell’Interno l’occasione per inscenare lo spettacolo del ‘law and order’. È tempo di un remake, ma questa volta sono i rom a fornire la materia prima e l’Italia di Berlusconi e della Lega a metterci il canovaccio. E allora assistiamo di nuovo a rimpatri di massa, ai blitz dei poliziotti mandati nei campi rom alle cinque di mattina a spargere terrore tra donne, uomini e bambini insonnoliti, alle ruspe che li accompagnano e distruggono baracche di fortuna e con esse ricordi di famiglia, foto, pupazzi di pezza e giocattoli.
Tutte cose che abbiamo già visto nel passato recente e lontano, ma questo non diminuisce il disgusto e il senso di profondo orrore per una politica che cerca capri espiatori nei più deboli, in quelli che hanno meno risorse per difendersi.

Il fatto che tra i rom ci siano anche alcuni che commettono reati, non mancherà qualche criminologo a ricordarcelo, non rende queste misure che colpiscono i rom tutti indistintamente in quanto gruppo etnico meno violente e oltraggiose. E se proprio si vuole parlare di crimini e reati, di giustizia, moralità e sicurezza, non si può che constatare l’assurdità e l’assenza di senso del ridicolo di politici corrotti e corruttori, inquisiti per reati gravi e a volte gravissimi che fanno la morale e si accaniscono contro delle persone che per sopravvivere talvolta rubicchiano una borsa, una pecora, dei pezzi di metallo, qualche volta un appartamento.
Il senso di oltraggio per queste misure è diffuso, a macchia di leopardo, in tutta Europa e oltre, ma con qualche assenza di rilievo.
Mancano, come era già accaduto nel 2008 in Italia, le voci dei partiti socialdemocratici, di quelli che per calcolo elettorale non possono abbandonare le parole d’ordine della sicurezza, e che dovrebbero invece affrontare in maniera ben più complessa la questione dei pregiudizi razziali e la lotta alle discriminazioni. Mancano, o sono comunque appena udibili, le parole dei politici romeni e bulgari sempre un po’ a disagio a dover prendere le difese dei rom e preoccupati piuttosto da eventuali ritorni di massa. E manca la voce della Commissione Europea in forte difficoltà a criticare uno degli assi portanti dell’Unione.

Ora aspettiamo con preoccupazione i risultati del vertice dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea convocato dalla Francia. Maroni e il governo italiano non hanno mancato di esprimere soddisfazione per aver fornito al cugino francese un modello di intervento da seguire. Il rischio a questo punto è che il modello italiano di gestione dei migranti rom, con l’avvallo della Francia e di qualche altro governo in cerca di facile consenso, da eccezione diventi invece la norma. E che la ripetizione, il lento lavorio, i graduali slittamenti della soglia dell’accettabile e del tollerabile finiscano col produrre assuefazione e rendere normali le misure di esclusione razziale verso le comunità rom.

Nando Sigona, Refugee Studies Centre, Università di Oxford e OsservAzione

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martedì 31 agosto 2010

Newsletter n.29/2010 - L'incitamento contro Rom e Sinti

Se qualcosa, qualunque cosa, non va, per molte persone sembra indispensabile dare la colpa all’Altro. Qualche esempio.
Un’anonima (si dice “allibita”) invia alla rubrica delle lettere di un quotidiano una protesta contro il decadimento del proprio paese: Villimpenta era da ammirare una volta, non certo ora, purtroppo (Voce di Mantova, 26/8), e dopo aver scritto per tre colonne supiazza, festa, risotti perduti, conclude a sorpresa con “Intanto ci restano i furti nelle abitazioni, extracomunitari seduti al bar tutto il giorno (tanto sono mantenuti...) e fossi pieni di erbacce”.
Osserviamo anche come scatta il cortocircuito: "Mia madre è senza casa ma ha meno diritti dei rom" (lettera di Vivian Bracchi, Cronaca qui, 28/8), dal titolo è facile intuire il contenuto, ma ecco il gancio pericoloso: un editoriale prende spunto da questo sfogo e attacca con La miccia è accesa (editoriale di Andrea Miola, Cronacaqui, 28/8).
Miola dice che di lettere come quella ne arrivano tante, troppe, e sono terribili, da censura, tanto che teme l’insurrezione popolare, nella fattispecie contro le persone rom e sinte. Come mai signor Miola? Solo perché nelle ultime settimane, tanto per restare nei tempi recenti, buona parte della stampa ha costruito un clima di terrore? Invasione di rom al parco dei bimbi (sempre su Cronacaqui, 28/8), ad esempio, che è stato pubblicato nel giorno in cui la stampa dava la notizia di un bambino morto tra le fiamme della miseria. [...]


In questo contesto di pregiudizi e azioni razziste contro le popolazioni rom e sinte ci pare importante la segnalazione e le argomentate riflessioni di questi amici, Franca Ruolo e Alan Pona, che hanno analizzato un’unità didattica, Dammi qualcosa, contenuta in un libro di lingua italiana per stranieri (L2) edito nel 2003, Foto parlanti, largamente diffuso nelle librerie e, ciò che ci preoccupa maggiormente, anche consigliato da chi si occupa di intercultura.
Leggi Foto parlanti, il linguaggio del razzismo.


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martedì 24 agosto 2010

Newsletter n.28/2010 - Siamo vittime?

Non voler conoscere la verità su se stessi è la forma contemporanea del peccato (Kazimir Brandys)


Insicuri, molestati, infastiditi e minacciati: siamo vittime?
Nel dicembre 2009 l’indagine annuale del quotidiano Italia Oggi indicava Mantova come prima città italiana per sicurezza e qualità della vita. In pochi mesi siamo piombati nel vortice del bisogno di sicurezza, nel labirinto delle sensazioni di pericolo che diventano dati di realtà per legittimazione istituzionale. Il consigliere De Marchi afferma, in una lunga intervista sulla Voce del 12 agosto, di volere un osservatorio sulla “percezione della sicurezza” per capire come mai nei quartieri “ci sono situazioni crescenti di disagio e delinquenza mentre le statistiche dicono che i reati calano”. In molti fingono di ignorare l’esistenza di intere biblioteche di scritti che dimostrano come ogni ‘giro di vite’ – dall’approvazione del pacchetto sicurezza all’incomparabilmente più grave microviolenza nazionalista ed etnicizzata che ha preceduto l’esplosione delle guerre jugoslave degli anni Novanta e il genocidio ruwandese – sia stato preceduto da intense campagne mediatiche che seminavano tra la gente il senso dell’insicurezza, dell’oscura minaccia proveniente da un altro che si vuole ad ogni costo sconosciuto e pericoloso, anche quando è vicinissimo da sempre. Da anni Articolo 3 ‘osserva’ la stampa in questo senso; se facessimo entrare nel nostro monitor anche le Tv locali avremmo un’idea più precisa di come gli immigrati, i sinti, i rom siano presentati ogni sera come minacce all’ordine e alla sicurezza dei ‘poveri’ cittadini. Che poi la violenza omicida si consumi all’interno delle famiglie, che l’illegalità che pesa davvero sulle tasche dei cittadini spesso indossi il doppiopetto, che racket e malavita si celino dietro forme di imprenditoria apparentemente ineccepibili – ma in realtà deviate e colluse con le mafie –, che gli abusi sui minori viaggino via internet e siano compiuti spesso da irreprensibili cittadini, di questo pare che gli italiani tendano a dimenticarsi. “Non voler conoscere la verità su se stessi …”
Sarebbe utile anche capire quali meccanismi psicologici allignino sotto la dilagante pratica della delazione: Mendicante davanti al negozio. L’allarme: “Molesta i clienti” (Gazzetta, 22 agosto), sono decine i titoli di questo genere sulla stampa regionale e le segnalazioni che affiorano dalla lettura dei quotidiani locali. Ci sono mantovani che telefonano alle forze dell’ordine per segnalare gli accattoni, sempre, in quanto tali, molesti. E questa notizia ci spaventa perché la pratica della delazione ha una storia antica e tremenda. E, per non andare troppo in là, basterebbe ricordare che il fascismo si è retto fin dall’inizio sull’incoraggiamento alla delazione, sull’uso delle spie.
Mi dà fastidio, infastidisce i clienti del mio negozio, è brutto e sporchino, puzza, è troppo giovane e ben vestito per chiedere l’elemosina, si finge invalido, è lamentoso, è arrogante? Comunque avverto chi di dovere per farlo sparire: mi molesta e mi irrita.
Forse non tutti i mantovani sono così; forse la maggioranza è ancora serena, generosa e solidale. Chi lo sa… per ora! Ieri mattina in Valletta Paiolo un giovane fisarmonicista allietava le strade creando con la sua musica un’atmosfera d’altri tempi. Chiedeva sorridendo un aiuto. Da più di una finestra sono stati lanciati pacchettini di carta contenenti monete. Il ragazzo raccoglieva, ringraziava, continuava. Nessuno sembrava sentirsi molestato, qualcuno, come me, deve persino aver pensato che senza di lui la mattina sarebbe stata più triste.
Per un momento ho avuto la bella sensazione che nella mia città i “buonisti” siano ancora molti, almeno in periferia.

Maria Bacchi

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martedì 27 luglio 2010

Newsletter n.27/2010 - L'inermità armata dell'uomo-figlio

Per esprimere il concetto su cui intendo portare la mia riflessione si usa di solito una parola dotta, ossimoro, accostamento di due parole di senso contrario. In modo più semplice e più diretto si può dire che il dominio dell’uomo sulla donna si distingue da tutti gli altri rapporti storici di potere per le sue implicazioni profonde e contraddittorie.
Innanzi tutto, la confusione tra amore e violenza: siamo di fronte a un dominio che nasce e si impone all’interno di relazioni intime, come la sessualità e la maternità. Ci sono parentele insospettabili che molti non riconoscono o che preferiscono ignorare. La più antica e la più duratura è quella che lega l’amore all’odio, la tenerezza alla rabbia, la vita alla morte. Si distrugge per conservare, si uccide per troppo amore, si idealizza l’appartenenza a un gruppo, una nazione, una cultura, per differenziarsi da chi ne è fuori, visto come nemico.
In uno dei suoi saggi più famosi –Il disagio della civiltà (1929) – Freud, dopo aver descritto Eros e Tanatos, amore e morte, come due pulsioni originarie, è costretto a riconoscere che sono meno polarizzate di quanto sembri. E dove l’intreccio è più sorprendente è proprio nel rapporto con l’oggetto d’amore.

“L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace, al massimo di
difendersi se viene attaccata; ma occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche
una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un
eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria
aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne
sessualmente senza il suo consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad
umiliarlo, a farlo soffrire, a torturalo e a ucciderlo”. (nota1)


Anziché limitarsi a deprecare la violenza, invocando pene più severe per gli aggressori, più tutela per le vittime, forse sarebbe più sensato gettare uno sguardo là dove non vorremmo vederla comparire, in quelle zone della vita personale che hanno a che fare con gli affetti più intimi, con tutto ciò che ci è più famigliare, ma non per questo più conosciuto.
Gli omicidi, gli stupri, i maltrattamenti fisici e psicologici che hanno come oggetto le donne, sono oggi ampiamente documentati da allarmanti Rapporti internazionali, riferiti dalle cronache dei quotidiani, gridati in prima pagina quando sono particolarmente crudeli o spettacolari. A uccidere, violentare, sottomettere, sono prevalentemente mariti, figli, padri, amanti, incapaci di tollerare pareti domestiche troppo o troppo poco protettive, abbracci assillanti o abbandoni che lasciano scoperte fragilità maschili insospettate.
Nessuno sembra trovare inquietante che il corpo su cui l’uomo si accanisce sia quello che gli ha dato la vita, le prime cure, le prime sollecitazioni sessuali, un corpo che l’uomo ritrova nella vita amorosa adulta, e con cui sogna di rivivere l’originaria appartenenza intima a un altro essere.[...]Continua a leggere il saggio di Lea Melandri


martedì 20 luglio 2010

Newsletter n.26/2010 - L'imbarcazione è stata sequestrata: dei naufraghi nessuna notizia

Ma com’è possibile chiamare informazione quella che viene data dai nostri telegiornali?
Martedì 20 luglio, Tg 2 delle ore 13. La notizia, data con scarsissimo rilievo e taciuta da molti altri telegiornali, è questa: una barca a vela di diciotto metri, è stata bloccata la scorsa notte dai militari della Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Otranto. A bordo 60 immigrati di etnia afgana ed iraniana, la metà dei quali donne e bambini anche molto piccoli, tutti stipati sottocoperta. I finanzieri hanno arrestato i due "scafisti", entrambi di nazionalità turca, con l'accusa di traffico di esseri umani e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Dai primi accertamenti delle "fiamme gialle", sembra che il viaggio per mare, cominciato in Turchia, sino alla costa pugliese sia durato almeno cinque giorni. Il Tg conclude il servizio comunicando che l’imbarcazione è stata sequestrata.
Niente viene detto circa la sorte degli esseri umani che erano a bordo della barca a vela; tutti in fuga da paesi devastati dalla guerra e da una dittatura che tutti i media occidentali concordano nel definire feroce. Respinti? Sistemati in un Centro di identificazione ed espulsione? Informati circa il loro diritto di chiedere asilo politico? La Rai non ce lo dice, c’è ben altro di cui parlare in un afoso mezzogiorno d’estate.

Forse qualcuno dei sessanta afgani e iraniani bloccati a Otranto fra qualche mese finirà a chiedere l’elemosina per le nostre strade, forse incontrerà vigili che niente sanno dell’inferno dal quale è fuggito e lo multeranno per accattonaggio molesto. Se non troverà alloggio e cercherà un riparo di fortuna sotto un ponte o in un giardino pubblico potrà essere multato per bivacco e probabilmente verrà incriminato per il reato di clandestinità. E’ facile che accada, anche perché l’Italia è, scandalosamente, l’unico Paese dell’Unione Europea nel quale manca una legge organica sui rifugiati e i richiedenti asilo.

Che persone disperate, impossibilitate a rientrare nel proprio paese d’origine, escluse dal mondo del lavoro, cadano nelle mani di chi li sfrutta è possibile, ma sul racket dell’accattonaggio, al quale le ordinanze di divieto fanno continuamente riferimento, occorrerebbero notizie certe, dato che quelle che circolano attualmente riguardano quasi esclusivamente l’uso di minori: situazioni, del resto già, opportunamente, perseguite per legge.

Francamente troviamo difficile comprendere le parole dell’Assessore De Pietri, così come compaiono sulla Gazzetta di Mantova di oggi: “Attenzione a non confondere accattoni molesti e parcheggiatori abusivi. I primi tengono un comportamento sbagliato perché fanno capo a un racket; i secondi vanno aiutati […]”. Strana distinzione. Alcune amministrazioni, come quella romana, parlano di racket dei parcheggiatori abusivi; altre si limitano a denunciare lo spostamento organizzato di gruppi di accattoni dai comuni dove entrano in vigore ordinanze come quella mantovana a quelli in cui l’elemosina non è perseguita. In ogni caso tutte le associazioni che si occupano seriamente di tratta di esseri umani e di racket di ogni tipo insistono sulla necessità di interventi in difesa delle vittime del racket, non certo sulla loro punizione. Difesa molto spesso affidata ad associazioni di volontariato. E anche a questo proposito l’assessore sbaglia tiro, invitando chi protesta contro l’ordinanza antiaccattonaggio a impiegare il proprio tempo nel volontariato. La maggior parte di noi lo fa da anni, felice di donare gratuitamente il proprio tempo per le cause in cui crede.

Maria Bacchi

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