Angelica Bertellini
Leggi la Newsletter n. 6/2011

Olga, Tanja, Lamara e poi Elvira, Elzada, Ida, Zemina, Ajna, Lejla, Rada, Melita, Chaimaa, Eva sono donne, di età diverse, con le quali in questi anni ho condiviso i pensieri più complessi, i momenti più difficili, le scritture più ardue; oltre a speranze, lutti, allegrie, discorsi sull’amore. Con loro e con le mie amiche ‘storiche’, quelle che da anni e anni fanno luce nella mia vita. Nessuna delle donne delle quali ho fatto il nome – tranne Eva, che è sinta – è nata in Italia; ci sono arrivate trascinate dalle guerre, dai flussi migratori, dalle difficili disgregazioni degli stati multinazionali nati e morti nel Novecento. Sono entrate nella mia vita e restano a farne parte, per fortuna. Donne provenienti da altri luoghi del mondo sono, a vario titolo, nella vita di molte di noi; con loro viviamo, pensiamo, studiamo; spesso ci aiutiamo a invecchiare, a crescere figli, a morire. Ma, tranne rari casi, non sono con noi nei momenti della partecipazione alla vita politica, dell’ ‘occupazione’ della scena pubblica. Nemmeno l’8 marzo, almeno a Mantova. E, come a Mantova, nella maggior parte delle città italiane. E questo da tempo mi mette profondamente a disagio perché non è imputabile a nessun ‘potere maschile’; dipende solo ed esclusivamente da noi, da un vuoto nella percezione di quel soggetto politico complesso che siamo oggi noi donne. Come gli uomini, tranne poche eccezioni, ci siamo abituate a pensare all’interno di un universo culturale e linguistico autoreferenziale, quello della cultura maggioritaria. Uno sguardo più attento alla ‘storia di genere’ ci aiuterebbe ad allargare i nostri orizzonti. Per una volta è una voce maschile, quella di un grande storico – americanista e studioso delle fonti orali – come Alessandro Portelli ad aprire il mio sguardo e a dare conforto al disagio mio e di altre, credo; a commuovermi. Riportiamo su questa Newsletter di Articolo3 il suo scritto, 8 marzo, i nomi della scintilla (il Manifesto, 8 marzo 2011, qui sotto pubblicato integralmente grazie alla redazione del giornale). Che cerca, risalendo ai nomi, le provenienze delle 145 operaie morte nell’incendio della Triangle Shirtwaist Factory di New York, nel marzo del 1911. Immigrate, donne, operaie: "tre volte senza diritti". E, per di più, spesso minorenni. Molte erano italiane, alcune ispaniche. A colpirmi è anche il fatto che ben 102 erano ebree, proletarie provenienti dagli shtetl dell’Europa orientale: spesso in fuga, oltre che dalla povertà, dall’antisemitismo. La storia dell’8 marzo dovrebbe costringerci a un pensiero plurale che infranga pregiudizi di ogni tipo; dovrebbe indurci a promuovere pratiche di ascolto reciproco per costruire insieme una nostra forza che nessuno possa usare per scopi minori. Se nelle ‘nostre’ iniziative non coinvolgiamo le cittadine migranti, le concittadine sinte e rom, le rifugiate, quelle che appartengono alle minoranze religiose e, in generale, tutte quelle che fanno parte di qualche minoranza discriminata, se non sappiamo dare voce a una molteplicità di racconti diversi – sul lavoro, sull’amore, sulla nascita, sull’infanzia, sulla malattia, sulla nostalgia – , se non riusciamo a fare questo allora qualcosa non va nel nostro modo di prendere parola e di porgere ascolto. Cioè nel nostro senso politico della vita.
Maria Bacchi
Con piacere segnaliamo che a Brescia, a Varese e a Milano, per portare alcuni esempi, ci sono gruppi di donne che hanno cominciato a ragionare nella prospettiva di incontro con le donne migranti. MB
La notizia mantovana che questa settimana maggiormente colpisce l’attenzione è Immigrati? Sospeso il maxi risarcimento (Gazzetta di Mantova, 24/2). Una famiglia ha vinto un grado di giudizio per lesioni gravi al figlio (un errore al momento del parto cesareo ha compromesso per sempre le principali funzioni vitali), ma non può ricevere tutto il risarcimento. Le ragioni addotte: non sono ancora cittadini italiani, quindi potrebbero tornare in Marocco e, qualora l’ultimo grado desse loro torto, sarebbe difficile ottenere il rimborso. La domanda a cui al momento non so rispondere è: nel caso fossero italiani, quale garanzia potrebbero offrire di restituzione? In caso fossero più o meno le stesse (e basta vedere la casistica), allora si tratterebbe di discriminazione. Poi ci sono due lettere, che vi proponiamo di leggere: Emigrazione. Pensiamo agli altri…se avanza qualcosa (di Luca De Marchi, Gazzetta di Mantova, 27/2) e I diritti dei figli vanno sempre rispettati (dell’avvocata Loredana Ganzerla, Voce di Mantova, 27/2). La prima riprende una tesi già proposta dallo stesso autore, ossia che provvedere ai bisogni primari dell’essere umano non può basarsi sul principio di uguaglianza: gli aiuti per il diritto all’alloggio, alla salute e alla scuola non possono essere riconosciuti a chi non abbia determinate caratteristiche (non specificate dal consigliere: cittadinanza, residenza...?), perché i soldi sono pochi, quindi deve intervenire un criterio di priorità. In linea di principio è vero: se c’è poco occorre individuare le emergenze. E’ sul concetto di emergenze, di priorità che il resto dell’umanità non è d’accordo: siamo o non siamo tutti e tutti uguali di fronte al nucleo minimo del concetto di "essere umano"? La seconda lettera emette un giudizio forte e di condanna per i genitori dei quattro bambini morti pochi giorni fa a Roma, in sostanza la colpa sarebbe dei genitori. Non abbiamo, dall’autrice, possibilità di sapere se ella sia a conoscenza dei fatti, ci pare nettamente di no, eppure, sulla base del pregiudizio, accusa due persone del gesto più terribile.
Noureddine Adnane, il giovane ambulante marocchino che una settimana fa, a Palermo, si era dato fuoco, come estrema e disperata protesta contro i ripetuti sequestri della sua merce e della sua dignità, è morto. Aveva un regolare permesso di soggiorno e una altrettanto regolare licenza di vendita. Il regolamento comunale prevede però che gli ambulanti non possano fermarsi più di un’ora in un certo luogo della città, e per questo una più che meticolosa pattuglia di vigili urbani – sempre gli stessi, a quanto pare – ha provveduto contro di lui a quattro sequestri in pochi giorni. All’ultimo, Adnane (da dieci anni in Italia, moglie e figlia in Marocco) non ha retto più: ha minacciato di darsi fuoco, tra l’incredulità o l’indifferenza dei presenti, e lo ha fatto. Nel suggerire una riflessione su questo avvenimento terribile mi ero riproposto di superare il livello della cronaca e della denuncia, per tentarne piuttosto una analisi, per così dire "tecnica". Dopo tutto, è quello che più o meno ci si aspetta dal sociologo di professione: avere elementi per capire "perché" episodi come questo possano accadere. Ma mi accorgo di avere in mano solo armi spuntate, come in pochi altri casi. Non vi è nulla da capire, nel caso di Adnane: tutto è chiaro e ripetuto infinite volte.
Si sono stabilizzati nel nostro paese (e, ovviamente, non solo da noi) meccanismi inerziali di eliminazione dei più deboli, che procedono con grande efficacia, meccanicamente e spietatamente. Agiscono nell'indifferenza e nell'impazienza dei più, tollerati e spesso giustificati da una correlativa ansia di affermazione e talvolta di prevaricazione. C'è un'intolleranza latente, che cerca ogni occasione per precipitare in gesti di discriminazione concreta, e tanto più in contesti sociali svantaggiati. Vi sono pratiche istituzionali incapaci di cogliere con intelligenza gli obiettivi primari, e comportamenti di ruolo che ne mettono in atto i tratti più aggressivi e arroganti. Vi sono i segni di un razzismo 'minore' che non ha bisogno di imprenditori politici espliciti, perchè ormai è capace di procedere da sé, burocraticamente e anonimamente, nelle pieghe della 'normalità' dei comportamenti quotidiani. Non accontentiamoci del cordoglio, neanche di quello sincero: si tratta piuttosto di ricostruire le condizioni per una nuova (e minima) coscienza civile.
Enzo Campelli, sociologo
Da l’Unione – informa, 22 febbraio 2011
Alla manifestazione "Se non ora, quando?" di Bologna eravamo tante, in questa domenica di quasi San Valentino in cui c’è poco da festeggiare, quanto a rapporti tra i generi. Un corteo lunghissimo, di circa cinquantamila persone, in gran parte donne. Signore sessantenni o giù di lì, con gli occhi lampeggianti a tradire l’entusiasmo di essere di nuovo in piazza, insieme, fianco a fianco delle figlie trentenni e delle loro bimbe, a loro volta mischiate a liceali e universitarie. E poi uomini, quelli sani: chi con una bambina seduta sulle spalle, chi per mano alla fidanzata, o a braccetto di una moglie – magari, chissà, conosciuta quarant’anni prima in una circostanza simile. "Cosa stiamo facendo, papà?", alza gli occhi una bimba di quattro, cinque anni. "Ci stiamo provando, tesoro!", risponde lui sorridendo, con un tono che sembra tanto una promessa. Molto si è dibattuto in questi giorni, a proposito della manifestazione che ha coinvolto tutte le piazze d’Italia – un appello a dichiarare il proprio sdegno e la propria stanchezza, rivolto alle donne e agli uomini ‘amici delle donne’. Tra le donne e tra le fila dei movimenti femministi sono sorti punti di vista differenti, pro o contro un evento pubblico passibile di varie e contrapposte interpretazioni; al di là delle opinioni sulla manifestazione, il fulcro del dibattito risiede più in profondità, nel come pensare, descrivere, parlare di e prendere posizione rispetto a una serie di episodi che hanno svelato in modo macroscopico il legame tra sesso e potere politico e, ancora più alla base, rispetto a un certo schema di rapporto tra i sessi, che credevamo affossato per sempre. Il modo in cui questo ‘come’ è stato discusso sui giornali e nei media in genere sembra aver escluso, ancora una volta, il punto di vista più profondamente femminile – e dunque femminista – sulla questione. In molti casi, il Rubygate è stato presentato come una sbavatura del ‘privato’ nel ‘pubblico’, un eccesso del primo che, proprio in quanto eccesso, ha debordato, invadendo la sfera del pubblico. Come a dire che, se questo privato non avesse coinvolto, ad esempio, persone minorenni o il rischio della ricattabilità, avrebbe potuto restare relegato ai salotti e alle stanze da letto del signore in questione, il quale avrebbe continuato a gestire il proprio ruolo pubblico in tranquilla indipendenza dal proprio fare privato. Ebbene, che queste due sfere siano e debbano restare scisse ed estranee l’una all’altra, è tutto da verificare. Se certo pensiero maschile tende a dividere i due aspetti, terrorizzato dall’ipotesi che il pubblico possa essere influenzato e inquinato dal privato, il pensiero femminista sa guardare a questi due ambiti come ad elementi che si completano e fecondano a vicenda. Il ‘privato’ deve poter partecipare del ‘pubblico’; quando il privato è politico, certamente più di quanto lo sono le alleanze tra partiti, i discorsi, le cariche istituzionali. Anche in casa propria, un personaggio pubblico resta tale e, in quanto investito di grandi poteri, deve saper essere degno di grandi responsabilità, non ultima quella dell’esempio.
A parere di molte, il nodo della questione non è nemmeno quello individuato dalla politica ufficiale, la cui tentazione è stata – sostiene Elettra Deiana – "di derubricare inclinazioni e pratiche sessuali del premier alla mera dimensione personale, o di enfatizzare […] soltanto il profilo scandalistico e possibilmente giudiziario".(1)
Elena Borghi
1. E. Deiana, "Barbarie e voyeurismo", in Gli Altri, 28 gennaio 2011.
2. I. Dominijanni, "Tre desideri per domenica e dopo", in Il Manifesto, 11 febbraio 2011