Il nostro archivio on line questa settimana fatica a caricare la mole di articoli segnalati dall’agenzia di rassegna stampa: abusi, discriminazioni, slogan xenofobi. Brutto segno.
Un tocco di internazionalità. In questi giorni, se qualcuno se ne è accorto, abbiamo avuto nel nostro Paese la visita dell’Alta Commissaria per i diritti umani dell’ONU Navi Pillay. Ne leggiamo in «Discriminati donne, gay, zingari e musulmani» assieme alle considerazioni del Rapporto ONU e del Rapporto USA sui diritti umani dedicati all’Italia (Gazzetta di Mantova, 12/3):
«Il governo italiano rispetta in generale i diritti umani dei suoi cittadini anche se vi sono problemi con la lunghezza delle detenzioni pre-processuali, la lunghezza eccessiva dell'iter giuridico, la violenza contro le donne, il commercio di persone, gli abusi nei confronti di omosessuali, zingari e altre minoranze». E' questa la conclusione del capitolo dedicato all'Italia del rapporto annuale compilato dagli Stati Uniti sul rispetto dei diritti umani nel mondo. Il documento rileva «l'uso occasionale di forza eccessiva da parte della polizia nei riguardi degli zingari [sic] e degli immigrati». Per quanto riguarda la libertà di religione il rapporto denuncia «casi di discriminazione e violenza nei confronti dei musulmani». Anche secondo l'Onu in Italia «ci sono pregiudizi pericolosi» nei confronti degli immigrati, a livello politico e dai media: «dipingere rom, sinti e maghrebini come criminali e nomadi può portare tensioni».
Angelica Bertellini
Leggi la Newsletter n.7/2010
martedì 16 marzo 2010
martedì 9 marzo 2010
Newsletter n.6/2010 - Giovani voci
Compiere 18 anni vuol dire, innanzitutto, prendersi la responsabilità di tutto ciò che si fa, essere responsabili di se stessi, essere in grado di prendere delle decisioni, di fare delle scelte e, nel caso di scelte sbagliate, pagare le conseguenze.
Nel caso di un ragazzo italiano, compiere 18 anni in genere vuol dire avere la macchina, la casa, passare il sabato sera in discoteca a ballare con gli amici, a divertirsi, a non pensare ai problemi; vuol dire essere spensierato, tanto c’è qualcun altro che pensa per lui, cioè i genitori.
Mentre per un ragazzo extracomunitario, avere 18 anni, in generale vuol dire arrangiarsi da solo o con l’aiuto di qualche buonanima; vuol dire prima di tutto, trovarsi un lavoro perché al momento in cui lo straniero maggiorenne si presenta in Questura per il rinnovo del Permesso di Soggiorno, gli viene richiesta la disponibilità di un reddito annuo minimo pari ad una somma di € 5.317,65. Tale somma gli deve consentire non solo di avere il permesso di soggiorno, ma anche di renderlo autosufficiente: con quella somma dovrà pagarsi l’affitto della casa, la luce, l’acqua, gas ecc., cosa che ai ragazzi italiani non passa neanche per l’anticamera del cervello. Se ti capita di fare un discorso di questo genere tra ragazzi italiani e ragazzi extracomunitari, se dici tutto questo, è molto probabile che ti capiti di sentir dire da qualche italiano: eh, ma siete voi che avete scelto di venire in Italia, nessuno vi ha invitati!
Ho sempre detto che i ragazzi italiani crescono “con tutto pronto, non gli manca mai niente”, per carità, non ho nulla in contrario, ma penso che sia giusto che per tutte le cose che il figlio riceve, in cambio debba dare al genitore qualcosa, per esempio un bel voto a scuola. In questo modo lo scambio di dare e ricevere ha un significato.
Ora pensiamoci un attimo. Con questa grande crisi economica globale, e con tutti i disoccupati che ci sono e che purtroppo tendono ad aumentare sempre di più, la probabilità di trovare un lavoro è molto rara e per legge lo straniero maggiorenne, se vuole avere il permesso di soggiorno, deve avere un lavoro, altrimenti viene rimpatriato nel suo paese d’origine. Secondo voi è giusto che si venga rimpatriati solo perché non si ha un lavoro invece di essere aiutati come succede in alcuni Paesi del nord Europa?
Una cosa che non mi è mai piaciuta e che non mi piacerà mai dell’Italia è la burocrazia.
Secondo i dati IARD, la maggior parte dei ragazzi italiani vive tutto questo a spese dei genitori, non solo per i primi anni di maggiore età ma bensì oltre i trent’anni. Ci sono trentenni che continuano ad abitare con mamma e papà: molti devono ancora terminare gli studi universitari o stanno cercando un lavoro, ma anche quando sono in grado di mantenersi da soli, capita che da casa non se ne vadano.
Abdul Rostami
Leggi la Newsletter n.6/2010
Nel caso di un ragazzo italiano, compiere 18 anni in genere vuol dire avere la macchina, la casa, passare il sabato sera in discoteca a ballare con gli amici, a divertirsi, a non pensare ai problemi; vuol dire essere spensierato, tanto c’è qualcun altro che pensa per lui, cioè i genitori.
Mentre per un ragazzo extracomunitario, avere 18 anni, in generale vuol dire arrangiarsi da solo o con l’aiuto di qualche buonanima; vuol dire prima di tutto, trovarsi un lavoro perché al momento in cui lo straniero maggiorenne si presenta in Questura per il rinnovo del Permesso di Soggiorno, gli viene richiesta la disponibilità di un reddito annuo minimo pari ad una somma di € 5.317,65. Tale somma gli deve consentire non solo di avere il permesso di soggiorno, ma anche di renderlo autosufficiente: con quella somma dovrà pagarsi l’affitto della casa, la luce, l’acqua, gas ecc., cosa che ai ragazzi italiani non passa neanche per l’anticamera del cervello. Se ti capita di fare un discorso di questo genere tra ragazzi italiani e ragazzi extracomunitari, se dici tutto questo, è molto probabile che ti capiti di sentir dire da qualche italiano: eh, ma siete voi che avete scelto di venire in Italia, nessuno vi ha invitati!
Ho sempre detto che i ragazzi italiani crescono “con tutto pronto, non gli manca mai niente”, per carità, non ho nulla in contrario, ma penso che sia giusto che per tutte le cose che il figlio riceve, in cambio debba dare al genitore qualcosa, per esempio un bel voto a scuola. In questo modo lo scambio di dare e ricevere ha un significato.
Ora pensiamoci un attimo. Con questa grande crisi economica globale, e con tutti i disoccupati che ci sono e che purtroppo tendono ad aumentare sempre di più, la probabilità di trovare un lavoro è molto rara e per legge lo straniero maggiorenne, se vuole avere il permesso di soggiorno, deve avere un lavoro, altrimenti viene rimpatriato nel suo paese d’origine. Secondo voi è giusto che si venga rimpatriati solo perché non si ha un lavoro invece di essere aiutati come succede in alcuni Paesi del nord Europa?
Una cosa che non mi è mai piaciuta e che non mi piacerà mai dell’Italia è la burocrazia.
Secondo i dati IARD, la maggior parte dei ragazzi italiani vive tutto questo a spese dei genitori, non solo per i primi anni di maggiore età ma bensì oltre i trent’anni. Ci sono trentenni che continuano ad abitare con mamma e papà: molti devono ancora terminare gli studi universitari o stanno cercando un lavoro, ma anche quando sono in grado di mantenersi da soli, capita che da casa non se ne vadano.
Abdul Rostami
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martedì 2 marzo 2010
Newsletter n.5/2010 - Muri
Cosa accomuna il respingimento delle quattro famiglie sinte bresciane che hanno acquistato un terreno nel comune di Guidizzolo per andarci a vivere e cominciare ad affrancarsi dal ghetto dei cosiddetti campi nomadi e il regolamento approvato dall’amministrazione di Goito, che respinge dall’asilo comunale (e quindi pubblico) i bambini provenienti da famiglie che non abbracciano “una visione cristiana della vita”?
Al fondo delle due operazioni c’è l’idea che serve innalzare muri non valicabili per ‘difendersi’ da chi non appartiene alla ‘comunità’ dei nativi maggioritari: qui non c’è posto per te se sei diverso da noi. E la parola ‘diverso’, resa dall’abuso povera di senso, prende, nell’area compresa tra Guidizzolo, Mariana Mantovana e Goito significati che riguardano molti di noi: non entri se sei sinto o rom, se sei ateo, ebreo, musulmano, buddista, induista, divorziato, separato, omoaffettivo, o anche solo cocciutamente laico. Che tu sia maschio o femmina, in età adulta o in età bambina. Noi ‘minoritari’ possiamo essere tutti respinti. A riprova del fatto che quando in una società si apre una lacerazione nel tessuto democratico e passa una discriminazione, prima o poi, tutti siamo esposti al rischio di essere discriminati.
Alcune amministrazioni sembrano voler aprire conflitti, sollecitare paure, costruire estraneità. Dovremmo indignarci ancora di più pensando che a fare le spese di queste operazioni di ‘pulizia’ sono soprattutto i bambini e le bambine.
All’assemblea promossa dal gruppo dei consiglieri dell’opposizione del Comune di Goito martedì sera il pubblico era folto e attento. Tante le voci preoccupate: anni fa era impensabile che gli abitanti del paese potessero dividersi sulla difesa di un principio costituzionale. La sensazione diffusa era quella di un degrado dell’ossatura democratica. C’erano un folto gruppo cittadini goitesi provenienti da altri Paesi; quelli più direttamente interessati alle esclusioni e ai respingimenti. Hanno ascoltato zitti. E se ne sono andati. Era presente anche un gruppo di cittadini e cittadine castiglionesi di origine magrebina; sono intervenuti, hanno catturato l’attenzione, risvegliato la voglia di partecipazione, forti di un’esperienza di impegno civile contro le discriminazioni che da anni si alimenta del lavoro comune tra chi è nato in Italia e chi in Italia ora vive. La svolta, per una ripresa della vitalità civile del Paese in cui viviamo, sta proprio nella costruzione di presidi in cui cittadinanze vecchie e nuove, generazioni, culture e religioni mescolino le loro lingue. La giovanissima Chaimaa, diciassettenne proveniente dal Marocco, velata per sua scelta, alla fine dell’assemblea si è fermata con noi dell’Osservatorio: insieme a un gruppo di compagni di scuola vuole promuovere iniziative per la difesa della laicità della scuola e la difesa della Costituzione italiana. C’è ancora speranza.
Maria Bacchi
Leggi la Nwsletter n.5/2010
Al fondo delle due operazioni c’è l’idea che serve innalzare muri non valicabili per ‘difendersi’ da chi non appartiene alla ‘comunità’ dei nativi maggioritari: qui non c’è posto per te se sei diverso da noi. E la parola ‘diverso’, resa dall’abuso povera di senso, prende, nell’area compresa tra Guidizzolo, Mariana Mantovana e Goito significati che riguardano molti di noi: non entri se sei sinto o rom, se sei ateo, ebreo, musulmano, buddista, induista, divorziato, separato, omoaffettivo, o anche solo cocciutamente laico. Che tu sia maschio o femmina, in età adulta o in età bambina. Noi ‘minoritari’ possiamo essere tutti respinti. A riprova del fatto che quando in una società si apre una lacerazione nel tessuto democratico e passa una discriminazione, prima o poi, tutti siamo esposti al rischio di essere discriminati.
Alcune amministrazioni sembrano voler aprire conflitti, sollecitare paure, costruire estraneità. Dovremmo indignarci ancora di più pensando che a fare le spese di queste operazioni di ‘pulizia’ sono soprattutto i bambini e le bambine.
All’assemblea promossa dal gruppo dei consiglieri dell’opposizione del Comune di Goito martedì sera il pubblico era folto e attento. Tante le voci preoccupate: anni fa era impensabile che gli abitanti del paese potessero dividersi sulla difesa di un principio costituzionale. La sensazione diffusa era quella di un degrado dell’ossatura democratica. C’erano un folto gruppo cittadini goitesi provenienti da altri Paesi; quelli più direttamente interessati alle esclusioni e ai respingimenti. Hanno ascoltato zitti. E se ne sono andati. Era presente anche un gruppo di cittadini e cittadine castiglionesi di origine magrebina; sono intervenuti, hanno catturato l’attenzione, risvegliato la voglia di partecipazione, forti di un’esperienza di impegno civile contro le discriminazioni che da anni si alimenta del lavoro comune tra chi è nato in Italia e chi in Italia ora vive. La svolta, per una ripresa della vitalità civile del Paese in cui viviamo, sta proprio nella costruzione di presidi in cui cittadinanze vecchie e nuove, generazioni, culture e religioni mescolino le loro lingue. La giovanissima Chaimaa, diciassettenne proveniente dal Marocco, velata per sua scelta, alla fine dell’assemblea si è fermata con noi dell’Osservatorio: insieme a un gruppo di compagni di scuola vuole promuovere iniziative per la difesa della laicità della scuola e la difesa della Costituzione italiana. C’è ancora speranza.
Maria Bacchi
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martedì 23 febbraio 2010
Newsletter n.4/2010
Il clima è quello di una delle più crudeli campagne elettorali ed è ingiustificabile. Le discriminazioni e gli atti di razzismo, che segnaliamo da tempo, verso alcuni gruppi di persone si sono intensificati; in buona parte il merito è delle prossime elezioni, che sembra riescano a tirar fuori non il meglio, ma il peggio dei movimenti politici. La strategia è duplice: da un lato nascondere le vere emergenze con dei pretesti, dall’altro supplire alla mancanza di capacità di analisi e di governo creando perfetti capri espiatori. Il risultato è l’inasprimento del razzismo, dell’intolleranza, del rifiuto e il rafforzamento di gruppi (politici, amministrativi, sociali...) xenofobi che si sentono in tal modo autorizzati a diffondere, propagandare, praticare e istigare le peggiori teorie razziste...
Angelica Bertellini
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Angelica Bertellini
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martedì 16 febbraio 2010
Newsletter n.3/2010 - Le centomila parole delle maestre di via Pini
Le maestre della scuola elementare di via Pini a Milano scrivono ai loro alunni
rom. Oggi questi bambini vivono in una baraccopoli sorta a Segrate, ma Il 19
novembre 2009 erano stati mandati via dall'ex edificio Enel di via Rubattino,
nel quartiere della scuola di via Pini. Segrate è l'ultima tappa dei continui
sgomberi che hanno subìto da allora. Anche domani, probabilmente, vedranno la
loro baracca rasa al suolo dalle ruspe. Nonostante tutto, i bambini hanno
continuato ad andare a scuola. Spesso sono le maestre ad andarli a prendere
nelle loro baracche, costruite di volta in volta in zone diverse di Milano.
Questa la lettera che le maestre di via Pini hanno inviato a Redattore
Sociale.
Ciao Marius, ciao Cristina, Ana, ciao a voi tutti bambini del campo di Segrate. Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perché i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. È proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perché sognano di vedervi integrati in questa società, perché sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacità e la vostra dignità. Vi fanno studiare perché sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri.
Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi: il freddo, tantissimo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all’aperto in attesa che i vostri papà ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe di lì a poco l’avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto ciò che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perché sappiate che vi aspettiamo sempre, e anche perché non volevamo che le ruspe che tra pochi giorni raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e di fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, né voi né i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare.
Grazie per essere nostri scolari, per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno già perché ad accompagnarvi non sarà stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazioni potremo dare loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le vostre classi le regole, l’affetto, la giustizia, la solidarietà: come vi spiegheremo gli sgomberi? Non sappiamo cosa vi spiegheremo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, più cose che possiamo, perché domani voi siate in grado di difendervi dall’ingiustizia, perché i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambini rom, colpevoli prima ancora di essere nati.
Vi insegneremo mille parole, centomila parole perché nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce. Ora la vostra voce siamo noi, insieme a tantissimi altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi da anni e a tanti amici e abitanti della nostra zona. A presto bambini, a scuola.
Le vostre maestre: Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina, Maria Sciorio, Monica Faccioli
Leggi la Newsletter n.3/2010
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martedì 9 febbraio 2010
Newsletter n.2/2010 - Gli zingari non esistono
Grazie al ‘caso di Guidizzolo’, si è tornato a parlare della questione rom, che detta come va detta non è altro che il “problema degli zingari”. E’ noto che questa popolazione di origine indiana è girovaga, incapace di adattarsi alla nostra società, e che utilizza forme di sfruttamento e di raggiro per poter vivere sulle spalle di noi italiani. Non solo, essi sono un pericolo pubblico perché rubano i bambini!
Ho cercato di condensare in tre righe tutti i luoghi comuni su questi nostri fratelli in Cristo; mi pare di averne delineato un quadro chiaro e ampiamente diffuso, ma ora vorrei, con il vostro permesso, smontarlo un pezzo alla volta.
1 - Gli zingari non esistono. Esistono due ceppi distinti, comunemente denominati zingari, che si autodefiniscono rom e sinti. Essi hanno dei tratti in comune (la lingua) ma molte differenze (usi e costumi). Ad ogni modo il termine zingaro è sbagliato, perché è come se il nome utilizzato per indicare i tedeschi fosse crucchi, o come se gli italiani fossero comunemente chiamati “mangiaspaghetti”, per non parlare del “terroni” e dei “magnia gat”. E’ un modo sbagliato ed offensivo per identificare delle popolazioni.
2 - I rom / sinti non sono nomadi. Certamente i rom e i sinti hanno vissuto a lungo come girovaghi per lavoro: arrotini, lavoratori del rame, giostrai, artisti del circo. Ma oramai la grande maggioranza non fa più questo genere di professione (se escludiamo Moira Orfei e pochi altri). Come tutti noi, abitano sedentariamente in città (a volte in maniera degna, a volte ai margini dell’esclusione sociale).
3 - Non sono degli irriducibili. Certamente l’assimilazione a loro non piace, così come non piacerebbe a nessuno di noi. Non è certamente divertente abitare all’estero e dover imparare una nuova lingua, una cultura e delle abitudini estranee alle nostre tradizioni; molti modi di fare potrebbero non piacerci e potremmo non volerli accettare. Insomma i nostri fratelli sinti (e rom) non sono altro che portatori di culture diverse, che cercano di mantenere vive e di tramandare ai loro figli.
4 – Non sono degli sfaccendati né tantomeno dei criminali. Come in ogni gruppo, ci sono gli onesti e i disonesti e dunque non possiamo fare di tutta un’erba un fascio. Se andate a visitare il campo sosta di Mantova, alcuni amici dell’associazione Sucar Drom potranno farvi fare il giro delle roulotte e spiegarvi perché gli uomini non sono a casa: semplicemente perché sono al lavoro, così come alcune delle donne non ancora madri.
5 – Non rubano i bambini, anzi è ben vero il contrario. Per secoli la nostra società ha rubato i loro bambini (come anche quegli degli ebrei) per insegnare loro ‘la civiltà’. A tutt’oggi non esiste una sola condanna definitiva contro persona sinta o rom per rapimento di minore. (Qualcuno dovrebbe spiegarci cosa se ne farebbero dei nostri bambini, visto che il loro tasso di fecondità è cinque volte più del nostro).
6 – Sono cittadini italiani. Direte: cosa? Non sto scherzando! Se uno abita da trecento anni in Italia potrà pure essere riconosciuto come Italiano anche se non parla la nostra lingua. Così è per i fratelli sinti, come per gli altoatesini, i friulani, o i nostri nonni che parlavano solo dialetto. Sono Italiani e si sentono Italiani, tifano per la nazionale e guardano la nostra mamma Rai.
7 – Sono cristiani. Nella stragrande maggioranza dei casi i sinti e i rom sono cristiani, per lo più cattolici, e talora evangelici. Non ho patenti per stabilire la fede di una persona, accetto quindi per valida la loro autocertificazione, come accetto quella del Ministro che difende il crocifisso in Comune e attacca il Cardinale di Milano in televisione.
8 – Non amano vivere nei campi nomadi. Essi per tradizione vivevano in case viaggianti (carri e poi roulotte), quindi una volta che hanno scelto di fermarsi, la cosa più semplice è stata quella di fermare la roulotte. Dopo di che si è aperto il problema di trovare loro una casa. Impresa non facile, come sanno tutti quelli che sono in lista per le case popolari o come ci dice la recente vicenda di Guidizzolo.
9 – Sono persone, persone con cui si può parlare, giocare a calcio, bere insieme un caffè o iniziare una storia d’amore. Ma sono pochi quei racli / gagi (non sinti) che osano avventurarsi tra le loro roulotte.
La buona azione settimanale? Ricordarsi dei nove punti appena letti ogni volta che ne incontriamo uno.
Matteo Bassoli (da U Velto)
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Ho cercato di condensare in tre righe tutti i luoghi comuni su questi nostri fratelli in Cristo; mi pare di averne delineato un quadro chiaro e ampiamente diffuso, ma ora vorrei, con il vostro permesso, smontarlo un pezzo alla volta.
1 - Gli zingari non esistono. Esistono due ceppi distinti, comunemente denominati zingari, che si autodefiniscono rom e sinti. Essi hanno dei tratti in comune (la lingua) ma molte differenze (usi e costumi). Ad ogni modo il termine zingaro è sbagliato, perché è come se il nome utilizzato per indicare i tedeschi fosse crucchi, o come se gli italiani fossero comunemente chiamati “mangiaspaghetti”, per non parlare del “terroni” e dei “magnia gat”. E’ un modo sbagliato ed offensivo per identificare delle popolazioni.
2 - I rom / sinti non sono nomadi. Certamente i rom e i sinti hanno vissuto a lungo come girovaghi per lavoro: arrotini, lavoratori del rame, giostrai, artisti del circo. Ma oramai la grande maggioranza non fa più questo genere di professione (se escludiamo Moira Orfei e pochi altri). Come tutti noi, abitano sedentariamente in città (a volte in maniera degna, a volte ai margini dell’esclusione sociale).
3 - Non sono degli irriducibili. Certamente l’assimilazione a loro non piace, così come non piacerebbe a nessuno di noi. Non è certamente divertente abitare all’estero e dover imparare una nuova lingua, una cultura e delle abitudini estranee alle nostre tradizioni; molti modi di fare potrebbero non piacerci e potremmo non volerli accettare. Insomma i nostri fratelli sinti (e rom) non sono altro che portatori di culture diverse, che cercano di mantenere vive e di tramandare ai loro figli.
4 – Non sono degli sfaccendati né tantomeno dei criminali. Come in ogni gruppo, ci sono gli onesti e i disonesti e dunque non possiamo fare di tutta un’erba un fascio. Se andate a visitare il campo sosta di Mantova, alcuni amici dell’associazione Sucar Drom potranno farvi fare il giro delle roulotte e spiegarvi perché gli uomini non sono a casa: semplicemente perché sono al lavoro, così come alcune delle donne non ancora madri.
5 – Non rubano i bambini, anzi è ben vero il contrario. Per secoli la nostra società ha rubato i loro bambini (come anche quegli degli ebrei) per insegnare loro ‘la civiltà’. A tutt’oggi non esiste una sola condanna definitiva contro persona sinta o rom per rapimento di minore. (Qualcuno dovrebbe spiegarci cosa se ne farebbero dei nostri bambini, visto che il loro tasso di fecondità è cinque volte più del nostro).
6 – Sono cittadini italiani. Direte: cosa? Non sto scherzando! Se uno abita da trecento anni in Italia potrà pure essere riconosciuto come Italiano anche se non parla la nostra lingua. Così è per i fratelli sinti, come per gli altoatesini, i friulani, o i nostri nonni che parlavano solo dialetto. Sono Italiani e si sentono Italiani, tifano per la nazionale e guardano la nostra mamma Rai.
7 – Sono cristiani. Nella stragrande maggioranza dei casi i sinti e i rom sono cristiani, per lo più cattolici, e talora evangelici. Non ho patenti per stabilire la fede di una persona, accetto quindi per valida la loro autocertificazione, come accetto quella del Ministro che difende il crocifisso in Comune e attacca il Cardinale di Milano in televisione.
8 – Non amano vivere nei campi nomadi. Essi per tradizione vivevano in case viaggianti (carri e poi roulotte), quindi una volta che hanno scelto di fermarsi, la cosa più semplice è stata quella di fermare la roulotte. Dopo di che si è aperto il problema di trovare loro una casa. Impresa non facile, come sanno tutti quelli che sono in lista per le case popolari o come ci dice la recente vicenda di Guidizzolo.
9 – Sono persone, persone con cui si può parlare, giocare a calcio, bere insieme un caffè o iniziare una storia d’amore. Ma sono pochi quei racli / gagi (non sinti) che osano avventurarsi tra le loro roulotte.
La buona azione settimanale? Ricordarsi dei nove punti appena letti ogni volta che ne incontriamo uno.
Matteo Bassoli (da U Velto)
Leggi la Newsletter n.2/2010
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mercoledì 3 febbraio 2010
Newsletter n.1/2010
Dopo la pubblicazione del Rapporto 2009, Articolo 3 riprende la propria guida alla rassegna stampa. Sono un migliaio gli articoli raccolti dall’agenzia e depositati nel nostro archivio nel mese di gennaio 2010, davvero tanti. Impossibile rendere conto di questa mole senza diventare prolissi, quindi vi proponiamo alcune macro aree di lettura. In realtà gli articoli superano i mille e trecento, ma la nostra rassegna include anche tutte le iniziative che si sono tenute attorno alla Giornata della memoria.
Se volete potete partire da questa e leggere della nostra presentazione tenuta il 29 gennaio: «Razzismo da combattere» (Gazzetta di Mantova, 30/1), A Mantova c’è razzismo? (Voce di Mantova, 27/1), Rifiorisce la pianta razzista (Gazzetta di Mantova, 27/1), “Articolo3”, discriminazioni: chi sa deve reagire (Voce, 30/1).
Il pezzo Se la shoah è disabile (Voce di Mantova, 23/1), peraltro ricco e molto ben articolato, riferito all’incontro con Fabio Levi, non dice che si tratta di un seminario organizzato da Articolo 3: ve lo diciamo noi e con piacere e, a proposito di disabilità, segnaliamo due pezzi.
Il primo è una bella notizia...
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Se volete potete partire da questa e leggere della nostra presentazione tenuta il 29 gennaio: «Razzismo da combattere» (Gazzetta di Mantova, 30/1), A Mantova c’è razzismo? (Voce di Mantova, 27/1), Rifiorisce la pianta razzista (Gazzetta di Mantova, 27/1), “Articolo3”, discriminazioni: chi sa deve reagire (Voce, 30/1).
Il pezzo Se la shoah è disabile (Voce di Mantova, 23/1), peraltro ricco e molto ben articolato, riferito all’incontro con Fabio Levi, non dice che si tratta di un seminario organizzato da Articolo 3: ve lo diciamo noi e con piacere e, a proposito di disabilità, segnaliamo due pezzi.
Il primo è una bella notizia...
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